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mercoledì 16 marzo 2011

C'era una volta il Giappone

Fin da bambina ho imparato a conoscere il Giappone, i suoi panorami, i suoi usi e costumi.
Cresciuta a "pane e cartoni animati", avevo imparato che:
  • i giapponesi vivono in spazi minuscoli, con un letto (futon) che si tira fuori dall'armadio all'occorrenza e si mette al posto del tavolino che ne frattempo è stato accantonato
  • non hanno sedie ma preferiscono mettersi in ginocchio su cuscini. 
  • amano il tè,  i dolci di riso, le patate dolci arrostite e il sakè 
  • adorano fotografare i ciliegi in fiore
  • grazie ai loro robottoni la Terra è stata salvata innumerevoli volte dalle invasioni aliene
  • hanno delle infradito fatte con tavole di legno (scomodissime)
  • i loro ninja sono capaci di imprese incredibili
  • mangiano sushi, brodaglie varie e riso a volontà
  • il loro wasabi è decisamente piccante
  • adorano andare alle terme, anche in pieno inverno
  • se devono andare ad una gita, i bambini appendono un teru teru bozu fuori dalla finestra della stanza e gli chiedono di far splendere il sole
  • il Fujiyama  è sempre innevato
  • sanno creare robettine veramente kawaii

A parte queste nozioni apprese da bambina, ho sempre avuto un debole per il Giappone.
L'ho sempre visto come il Paese dei contrasti: dell'ipertecnologia e dei monasteri silenziosi, dei manager rampanti e delle donne in kimono.
I personaggi dei loro cartoni animati mi hanno accompagnata per tutta l'infanzia e mi hanno insegnato la coerenza alle proprie idee e il coraggio di difendere le proprie posizioni (i cartoni animati di una volta! mica Yu-Ghi-Oh!).
Ho sempre pensato che a loro non sarebbe successo niente, che i terremoti non ce l'avrebbero fatta contro i loro sistemi di costruzione, che il loro fosse una specie di isola felice.
La Natura ha colpito, in maniera spaventosa, e ha spazzato via queste mie assurde convinzioni. Migliaia di vittime per il terremoto e per lo tsunami...e quante altre per le radiazioni nucleari?
Osserviamo il silenzio e il contegno di questo popolo che già sessant'anni fa ha dovuto ricominciare da zero. Rispettiamo il loro dolore e la loro paura.
E a chi dice che la nostra avversione contro il nucleare "è dettata sull'onda emotiva" diciamo che dovrebbe andare gentilmente a gettare di persona l'acqua nei reattori che stanno saltando per aria. Facciamo notare che non sarà la Natura ma la presunzione dell'Uomo a portarlo all'estinzione.

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